Storie di calciatori, piloti, attori, professionisti e molto altro. La più piccola comunità italiana si racconta con le sue ricchezze cioè le persone e dimostra d'essere una forza vivace, viva ed orgogliosa. Vi presentiamo tre perle: Fabio Liverani, Pietro Alighieri e Ionis Bashir. Il 25 Aprile 2001, contro il Sud Africa ha debuttato Fabio Liverani, un ragazzo italo/somalo di 23 anni, nato a Roma. La Comunità Italosomala con grande orgoglio annuncia che nella nazionale italiana ha debuttato un figlio della Somalia e dell'Italia, un nostro fratello, un esponente della più piccola comunità italiana. E' un segno di vitalità per la nostra comunità sempre presente, attiva, silenziosa, operosa, orgogliosa e che lavora umilmente per la fratellanza dei due popoli che ci accomunano, noi siamo fieri figli della Somalia e dell'Italia. Fabio attualmente milita nella squadra della Lazio, della serie A italiana. Benvenuto, Fabio nel Grande calcio e, facci divertire con il tuo calcio e la tua fantasia dai una lezione di dignità a chi negli stadi e nelle strade raglia come gli asini. Grazie da parte di tutti noi per il tuo talento e auguri per una ricca e felice carriera da parte di tutta la comunità italo/somala. Il tenente di vascello Pietro Alighieri. Stampa di Torino del 19/11/2001 Sezione: Interni Pag. 7 Il "top gun": siamo preparatissimi "Alta professionalità, ottimi apparecchi. Torneremo tutti a casa" dall´inviato a TARANTO. SI chiama Pietro Alighieri, ha 32 anni, la voce ferma di chi sa di essere il migliore di tutta la marina militare. Primo alla scuola di volo, primo del suo corso per prendere il brevetto di pilota di caccia. Un vero "top gun" come quello dei film, con apprendistato all´accademia dei piloti americani a San Antonio e laurea sulla portaerei "Kennedy" della Marina militare degli Stati Uniti. E´ anche un simbolo dell´Italia multietnica e multiculturale di oggi: il tenente di vascello Alighieri è di origine somale, ha una pelle leggermente ambrata, senza negarsi il pizzetto come si usa nelle forze armate. Un figlio della globalizzazione: vive a Trino Vercellese, lavora in Puglia, conosce l´America. "Sono molto legato a quel Paese. Mi sono sposato a New York nel settembre del 2000. E quest´anno, l´11 settembre, con mia moglie eravamo di nuovo lì, a New York. Sotto le Torri io potevo finirci sul serio". Il tenente di vascello Pietro Alighieri è dunque un pilota di marina. Porta su e giù quei bestioni che sono gli Harrier, aerei a decollo corto e verticale. A lui, e ai suoi compagni del Gruppo aerei imbarcati, è riservato il compito forse più duro. Se qualcuno tra quelli che è partito ieri rischierà la vita sui cieli dell´Afghanistan, uno è lui. Gli toccherà perché è un ufficiale pilota tra i più specializzati d´Italia. Perché questo "top gun" non è un semplice pilota di caccia. Non deve soltanto guidare un jet e all´occorrenza sparare missili. Quando ha finito la missione, ha la complicazione che deve tornare con il suo Harrier sul ponte di una piccola portaerei che si muove in mezzo al mare. "Non dico che sia la parte più difficile, ma certo richiede una buona dose di attenzione", minimizza. Paura, tenente Alighieri? "No. Mi sento pronto. L´addestramento è stato lungo e duro. Ma sono, anzi, siamo pronti. Direi che porto dentro una grande serenità. Chiaro, avremo il nostro cuore sempre rivolto verso casa. Ma le nostre famiglie capiranno che ci possono aiutare soltanto con la tranquillità". Partite lasciando una parte di opinione pubblica forse inquieta, ma un Parlamento largamente con voi. "E questo conta molto. Un militare senza l´appoggio del suo Paese vale la metà. Non solo ci rende più facile il compito, ma ci dà forza un consenso così largo". La sua famiglia che ne pensa? "Hanno fiducia in me. Questa è la mia prima missione. Ma forse l´avventura fa parte del Dna della mia famiglia.I miei nonni erano italiani, le mie nonne somale. Io sono nato a Mogadiscio, però sinceramente non me ne ricordo nulla. Sono piemontese a tutti gli effetti anche se a 19 anni mi sono arruolato in Marina e ho cominciato a girare per il mondo". Eppure scorre una vena d´Africa nel suo sangue. Prova qualche emozione più degli altri quando sente parlare dei diritti di popoli dimenticati? S´è fatta molta retorica intorno alla povertà del mondo che sarebbe dietro il terrorismo. "Queste sono domande politiche che non dovete porre a me, prego. Io sono un militare e faccio quanto mi viene ordinato. Rispetto le autorità del nostro Paese. Certo, sono un uomo anch´io. Anzi, prima viene l´uomo e poi il militare. Però dico a chi lo dimentica troppo presto: attenzione, sotto le Torri sono morti anche degli italiani, dei nostri connazionali. Io stesso ero a New York l´11 settembre. Potevo essere sotto le macerie. Ero un turista che ha visto l´attacco dalla televisione dell´albergo. Per giorni ho sentito le sirene e ho respirato la polvere". Insomma lei va alla guerra con animo sereno. Sicuro del suo aereo e della sua preparazione. "Sissignore. L´Harrier è un ottimo aereo, in grado di svolgere qualsiasi missione ci ordineranno. Le nostre famiglie dovranno essere orgogliose. Il grado di professionalità tra noi è altissimo. Non abbiamo nulla di meno degli altri. Non so nemmeno perché qualcuno abbia dubbi. Certa gente dovrebbe andarci cauta con i giudizi. Abbiamo ricevuto una preparazione eccellente. L´aereo è ottimo. La portaerei un organismo mare-cielo perfettamente integrato e anche, direi, indispensabile per una potenza industriale come siamo". Ma cosa andrete a fare, esattamente? "La situazione è in rapidissima evoluzione. Difficile specificare adesso quali saranno le missioni che si delineeranno". Parliamo dello spirito con cui lei, tenente Alighieri, parte. "Come ho detto, ho ancora negli occhi le immagini dell´11 settembre. Io ero a New York. Non ritengo quel fatto lontano da me, dalla mia famiglia, dall´Italia". Che cosa ha detto a sua moglie nell'ultima telefonata da terra? "Torneremo tutti a casa". |