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RELAZIONE CONCLUSIVA
SULL'INDAGINE CONOSCITIVA CIRCA
IL COMPORTAMENTO DEL CONTINGENTE MILITARE ITALIANO IN SOMALIA
NELL'AMBITO DELLA MISSIONE ONU «RESTORE HOPE»
Roma, 2 giugno 1999
PREMESSA
Già all'indomani della chiusura
delle missioni Ibis 1 e 2 alcune interrogazioni parlamentari
posero il problema, ripreso nella primavera del 1997 dal
settimanale Panorama, che pubblicò foto e testimonianze su
sevizie che sarebbero state compiute da militari italiani, e
specificamente da paracadutisti della Brigata «Folgore» a danni
di civili somali.
La pubblicazione destò grave turbamento
nell'opinione pubblica e portò a valutare con occhio critico le
stesse risultanze della missione che era stata compiuta in
Somalia. Il Governo decise così di istituire una Commissione
governativa d'inchiesta al fine di indagare a fondo sui fatti
riportati e per rispondere alle esigenze di chiarezza
davanti al terribile sospetto di violenze perpetrate da nostri
soldati. A far parte della Commissione venivano chiamate
personalità di chiara fama e di sicura dirittura morale: il
professore Ettore Gallo in qualità di Presidente, l'onorevole
Tina Anselmi, la professoressa Tullia Zevi, il generale di corpo
d'armata dell'Esercito Antonino Tambuzzo ed il generale di corpo
d'armata in ausiliaria dei Carabinieri Cesare Vitali.
La Commissione governativa d'inchiesta per i fatti in Somalia
svolgeva le sue indagini e presentava le sue conclusioni
nell'agosto 1997. Nel frattempo, però, ulteriori dubbi sul
comportamento dei militari italiani in Somalia vennero sollevati
dalla apparizione di un diario tenuto da un sottufficiale che
aveva partecipato alla missione italiana, il maresciallo Aloi.
Veniva così deciso di riaprire l'inchiesta, pur avanzando
legittimi dubbi sui nuovi elementi che venivano forniti numerosi
anni dopo il termine della missione e diversi mesi dopo l'avvio
delle indagini.
Il 17 dicembre 1997 la Commissione Difesa del Senato era
autorizzata dal Presidente del Senato ad avviare un'Indagine
conoscitiva che si è affiancata ai lavori della Commissione
governativa e si è articolata in audizioni del procuratore capo
presso il Tribunale militare di Roma, consigliere Antonino
Intelisano, della Commissione governativa d'inchiesta, nelle
persone del professore Ettore Gallo in qualità di Presidente,
dell'onorevole Tina Anselmi, del generale Antonino Tambuzzo e
del generale Cesare Vitale, e del Ministro della Difesa
pro-tempore on. Beniamino Andreatta, come pure del tenente
generale Francesco Vannucchi, ufficiale inquirente incaricato di
svolgere l'inchiesta sommaria per i fatti di Somalia su mandato
del Capo di Stato maggiore dell'Esercito. Sono stati inoltre
ascoltati, su loro richiesta, i genitori della giornalista
Ilaria Alpi, pur se il grave episodio esula dagli obiettivi
dell'Indagine.
Già nel suo primo rapporto la Commissione
governativa d'inchiesta aveva messo in luce la veridicità di
alcuni episodi denunciati dai
media
nonché oggettive carenze nell'attività di controllo della
disciplina. Le stesse valutazioni venivano indicate anche nel
secondo rapporto.
La Commissione Difesa del Senato ha ritenuto di non dover
sovrapporre la propria attività né a quella della magistratura
né a quella della Commissione governativa, né alle autorità
militari, soggetti tutti deputati, nell'ambito delle rispettive
competenze, ad individuare reati commessi da nostri militari e
ad irrogare le conseguenti sanzioni, penali od amministrative.
La Commissione ha invece ritenuto di dover verificare le
condizioni in cui si è venuto a trovare il nostro contingente e
che possono aver costituito il terreno fertile per il maturare
di azioni fuorvianti rispetto alle finalità della missioni ed
all'etica militare.
L'INDAGINE
L'indagine conoscitiva ha
consentito di mettere a fuoco sia la situazione generale che
regnava in Somalia durante lo svolgimento della missione «Restore
Hope» sia l'evoluzione dei rapporti fra i militari italiani e la
popolazione somala. Si tratta di un fattore essenziale per la
piena comprensione dei fatti oggetto dell'indagine. Si è infatti
constatato un diretto legame fra l'aggravamento delle condizioni
di sicurezza in cui si sono venuti a trovare i nostri reparti,
in un contesto territoriale di notevole ampiezza, e
l'allentamento nel sistema dei controlli disciplinari.
Il contributo del Ministro della Difesa ha permesso di cogliere
l'evoluzione del contesto operativo tra UNOSOM I e UNOSOM II. Il
passaggio da una missione nata per salvare la Somalia da una
carestia, e quindi fortemente caratterizzata da motivi
umanitari, ad una con più spiccata valenza politica, ha
inevitabilmente coinvolto le forze internazionali, e quelle
italiane fra queste, nelle complesse vicende somale. La stagione
di UNOSOM II vedeva così una recrudescenza di quella violenza
fondata su contrapposizioni etniche e tribali che è alle origini
della dissoluzione dello Stato somalo.
Ad iniziali rapporti amichevoli è seguita una caduta di fiducia
da parte delle popolazioni somale, con conseguente aumento di
imboscate e aggressioni, ed una crescente insofferenza ai
controlli ed ai sequestri di armi e droga operati dai nostri
soldati. Il quadro era aggravato dall'indiscriminato
coinvolgimento di civili in veri e propri atti di guerra secondo
una consuetudine di mandare avanti donne e bambini per coprire,
con sassaiole ed altri atti ostili, il fuoco dei cecchini.
Le nuove condizioni hanno così comportato una riduzione dei
movimenti notturni per evitare di esporre uomini e mezzi al
rischio di imboscate. Ciò ha avuto inevitabili ripercussioni sul
morale del personale militare, in difficoltà nel comprendere gli
atteggiamenti di ostilità di una popolazione alla quale si
portava aiuto, con risvolti certamente non positivi
sull'attenzione operativa ed un calo del tono disciplinare del
personale stesso.
Le audizioni effettuate consentono di avallare le affermazioni
della Commissione governativa ad alcune carenze di controlli
effettuati da ufficiali e sottufficiali in questo nuovo contesto
operativo. A fronte di richiami e
disposizioni dall'alto, inoltrate per via gerarchica fino ai
molti presidi distaccati, è mancata in qualche caso una globale
ed incisiva azione dei Comandanti per essere sempre aggiornati
sullo «spirito» del personale. Il controllo della disciplina e
del morale degli uomini è rimasto talvolta affidato agli organi
di comando minore con conseguente sottovalutazione dei possibili
effetti dell'aumentato
stress
a cui venivano sottoposti i reparti. È allora stato possibile il
rischio di perdere il controllo totale di quanto veniva fatto
dentro e fuori i campi, fino a giungere ad ignorare o
addirittura a tollerare atti illeciti o devianti a danno di
cittadini somali.
La Commissione Difesa del Senato ha poi preso atto della
concordanza nelle analisi svolte relativamente ai comportamenti
dei gradi medio bassi, da un lato dalla Commissione governativa
d'inchiesta, dall'altro da quella nominata dallo Stato Maggiore
dell'Esercito e presieduta dal generale Vannucchi, per
l'accertamento di responsabilità disciplinari.
La commissione presieduta dal generale
Vannucchi ha rilevato delle responsabilità ed ha irrogato
provvedimenti disciplinari riferiti a personale coinvolto in
quegli episodi che più hanno turbato l'opinione pubblica: lo
stupro della ragazza somala con la bomba illuminante, i
maltrattamenti nei confronti di un anziano cittadino somalo, la
tortura con cavi elettrici ad un prigioniero somalo.
La Commissione Difesa ha preso atto delle difficoltà incontrate
nello svolgimento delle indagini, sia quelle giudiziarie sia
quelle della Commissione governativa. La guerra civile in
Somalia ha comportato la distruzione di ogni autorità statuale,
compreso ogni embrione di organizzazione assimilabile ad un
Ministero di Grazia e Giustizia. Tutto ciò ha reso impossibile
il ricorso alla procedura della rogatoria internazionale e
l'acquisizione in loco
di elementi conoscitivi necessari per un'indagine penale.
Notevoli, a tal proposito, sono stati gli sforzi per individuare
possibili testimoni ed interrogarli, in Italia o - come è stato
fatto - a Nairobi, in Kenya con il lodevole impegno del nostro
rappresentante diplomatico in Somalia.
L'inesistenza di una anagrafe e di validi sistemi di
riconoscimento delle persone ha ulteriormente complicato le
indagini, aggravando le difficoltà di discernere fra
testimonianze vere od interessate.
Emblematica è l'impossibilità di identificare la donna somala
oggetto dello stupro col razzo illuminate. Ed appaiono
incredibili alcune accuse formulate senza fondamenti oggettivi,
come nel caso del somalo che asserisce di essere l'unico
sopravvissuto fra venti connazionali legati e gettati in mare
dagli italiani.
La Commissione Difesa è consapevole che la ricerca e
l'individuazione di testimoni, la possibilità di interrogarli,
la garanzia dell'affidabilità delle dichiarazioni hanno
costituito difficoltà per tanti versi insormontabili. I
testimoni somali venuti in Italia non sono stati oggetto di un
provvedimento formale, impensabile vista l'assoluta inesistenza
di ogni autorità statuale in Somalia. La drammatica situazione
di quel Paese africano può poi spingere a comportamenti
apparentemente incomprensibili, spesso dettati o dal desiderio
di restare in Italia e di assicurarsi condizioni minime di
sopravvivenza, o dal tentativo di ottenere risarcimenti per
violenze, vere o presunte, subite ad opera degli italiani.
Pur a fronte di difficoltà di tale portata la Commissione Difesa
ha potuto apprezzare il lavoro svolto dalla magistratura
ordinaria e militare, dalla Commissione governativa d'Inchiesta
e dal Commissario inquirente dell'Esercito.
Sono in corso procedimenti penali presso la Procura della
Repubblica di Milano, per il presunto stupro ed omicidio di un
minore somalo per cui è indagato un tenente colonnello; presso
la Procura della Repubblica di Livorno per lo stupro della
giovane somala con la bomba illuminante, per le torture con
elettrodi e per gli episodi relativi alle denunce del
Maresciallo Aloi; presso la Procura della Repubblica di Torino,
per le sevizie nei confronti di tre cittadini somali ricoverati
presso l'ospedale degli Emirati Arabi Uniti e per alcune
falsificazioni di documenti.
La Commissione Difesa auspica che le indagini possano
concludersi rapidamente.
I lavori della Commissione governativa
hanno tuttavia messo in luce i riscontri oggettivi di almeno tre
episodi: lo stupro della ragazza somala, l'uso degli elettrodi
come strumento di tortura o di inaccettabile pressione
psicologica, i maltrattamenti a danno dei tre somali poi
accompagnati nell'ospedale degli Emirati Arabi. Si tratta,
nell'ultimo caso, di un episodio che addolora per la violenza
che lo ha caratterizzato ma soprattutto per le successive
menzogne e falsificazioni con le quali si è tentato di coprirlo,
anche se privo di risvolti penali.
Nell'attesa di emettere eventuali sanzioni
disciplinari, che dovranno seguire eventuali condanne penali,
l'Amministrazione poteva procedere nei confronti di episodi non
oggetto delle indagini della magistratura. Ed infatti la
Commissione Vannucchi ha già esaminato gli episodi sotto
l'aspetto disciplinare, valutando mancanze autonome, connesse o
concorrenti ai fatti oggetto delle indagini giudiziarie.
La Commissione Difesa ha apprezzato
l'operato della Commissione Vannucchi che ha irrogato o proposto
provvedimenti disciplinari nei confronti di dodici fra ufficiali
e sottufficiali di cui cinque per episodi analizzati anche dalla
Commissione governativa e sette per episodi connessi a quanto
documentato nel filmato «good
morning Somalia».
Sono così stati sanzionati dalle stesse Forze armate
comportamenti ed omissioni che, pur se non esaminati dalla
Commissione governativa, si collocano in quel grave contesto di
mancanze e leggerezze che la Commissione stessa ha rilevato
soprattutto nei livelli più bassi della catena di comando.
La Commissione concorda con la relazione conclusiva della
Commissione governativa d'inchiesta relativamente
all'inquadramento delle responsabilità nell'ambito del principio
di personalità della responsabilità penale. Il comandante ha
compiti diversi di quelle di un ufficiale subalterno o di un
sottufficiale, a diretto contatto con gli uomini. Risponde però
del risultato complessivo degli ordini impartiti e della
attuazione dei controlli dispiegati.
La Commissione Difesa apprezza l'operato della Commissione
governativa d'inchiesta nello sforzo di individuare ogni
possibile ragione che abbia condotto alla morte di Ilaria Alpi e
del suo collaboratore. L'ampio ventaglio di testimonianze,
documenti e riscontri non fa emergere collegamenti fra
l'uccisione di questa coraggiosa giornalista ed azioni o
comportamenti violenti o devianti attribuibili ai nostri
soldati. Né sono emersi fondamenti oggettivi per pensare ad un
voluto ritardo nei soccorsi portati dai nostri militari nel
delicatissimo momento dell'imbarco definitivo del contingente,
purtroppo coinciso con l'omicidio di Ilaria Alpi e del signor
Hrovatin.
CONSIDERAZIONI FINALI
In conclusione, la
Commissione ritiene che l'operato complessivo dei militari in
Somalia sia stato fondamentalmente all'altezza delle nostre
tradizioni e delle finalità di pace e soccorso umanitario della
missione «Restore hope».
Ciò non esclude l'avvenuta ed acclarata
concomitanza di atti censurabili sotto l'aspetto disciplinare e
morale, su alcuni dei quali sono in corso indagini penali.
Il combinato esame, consentito dall'indagine conoscitiva, dei
lavori della magistratura, della Commissione governativa
d'inchiesta, della Commissione Vannucchi hanno dato fondamento
oggettivo a molti originari sospetti, pur scagionando il nostro
contingente da altre numerose e gravi accuse mostratesi prive di
fondamento, di credibilità e di logica.
La Commissione Difesa ritiene che il doveroso apprezzamento per
quanto fatto dai nostri soldati nel difficilissimo contesto di
quella missione, di fronte ad atti ostili della popolazione,
causati anche dalla confusione delle direttive impartite dai
responsabili politici e militari della missione, e tenuto conto
della debita riconsiderazione anche sotto l'aspetto quantitativo
di quanto emerso, non possa escludere la presa in considerazione
e la conseguente censura di colpe, omissioni, superficialità.
In Somalia si è avuta una vera e propria
escalation
di irregolarità comportamentali che, per quanto episodiche,
hanno enfatizzato carenze di controllo sulla disciplina e sul
morale. È imputabile ai comandanti superiori la non conoscenza
sulle condizioni di spirito del personale, la mancanza del
controllo sul morale degli uomini impegnati a operare in una
difficile situazione psicologica e, quindi, la sotto-valutazione
dei possibili effetti dell'aumentato
stress.
La Commissione Difesa ritiene che la mancanza di adeguate forze
di polizia militare, riconducibili a reparti di Carabinieri
operanti capillarmente nei vari presidi, sia stata una delle
cause di questa carenza di controlli. I reparti Carabinieri non
possono svolgere pienamente le funzioni di polizia militare
quando sono contestualmente coinvolti in compiti operativi senza
una precisa programmazione delle prioritarie attività di polizia
militare. Si auspica la costituzione di
appostiti reparti carabinieri da dedicare esclusivamente alle
attività di polizia militare e polizia giudiziaria militare,
svincolati da compiti operativi.
La Commissione Difesa evidenzia che le
missioni di pace pongono problematiche del tutto particolari
relativamente alla disciplina interna ed ai rapporti con le
popolazioni locali. La disciplina, la correttezza, il rispetto
delle regole d'ingaggio divengono, allora, fattori di successo
della missione e richiedono un sistema di controllo interno non
sempre omologabile a quello normalmente caratterizzante le forze
addestrate al combattimento. La Commissione Difesa perciò
individua nella presenza di una forza sistemica di polizia
militare, composta da Carabinieri, un'esigenza assolutamente
indispensabile per qualunque contingente all'estero con il
vincolo che tale forza possa espletare appieno le proprie
funzioni di polizia e di polizia giudiziaria prioritariamente a
quelli di reparto combattente.
La Commissione Difesa conclude rilevando che la constatazione di
evidenti ed oggettive carenze e responsabilità, debba comunque
trovare collocazione nelle dimensioni quantitative della
missione. In Somalia si sono avvicendati, globalmente, circa
dodici mila uomini; ne risultano perseguiti cinquecento dal lato
disciplinare e, fra questi, venti per comportamenti scorretti
nei confronti della popolazione somala. In tutto sono ventinove
quelli denunciati per vari reati.
Si tratta di semplici numeri che certo non sminuiscono la
gravità dei fatti, sia di quelli già documentati con certezza
sia di quelli oggetto di inchieste da parte della magistratura.
Il giudizio finale non può che
essere di grave censura verso i responsabili diretti degli atti
illeciti e verso tutti coloro che, immediati superiori o
commilitoni, non hanno saputo prevenire o reprimere, non hanno
visto, hanno taciuto. Questo ha finito con il
segnare una missione per altri versi indirizzata a sollevare la
popolazione somala, grazie all'aiuto della comunità
internazionale, da una gravissima situazione di ordine pubblico
e di fabbisogno alimentare.
La Commissione Difesa non ha dubbi nell'affermare che l'Italia
possa valutare molto positivamente quanto fatto nel 1993 e nel
1994 nel Corno d'Africa. Sono assai più le luci che le ombre per
il nostro contingente. Ma è doveroso
ricavare una lezione anche dalle pagine più buie della missione
al fine di non trovarsi impreparati di fronte a nuove sfide
future. L'impiego di uomini con professionalità
adatte alle specifiche tipologie delle missioni di pace ed il
concomitante coinvolgimento di reparti di polizia militare, con
forze e compiti adeguati, si configurano come due irrinunciabili
linee-guida per il futuro, da tenere presenti in ogni occasione
anche per dare pieno significato alla serietà, alla
professionalità, al sacrificio di migliaia di ufficiali,
sottufficiali e soldati che, talvolta anche a prezzo della vita,
sostengono fuori dei nostri confini le ragioni di pace e civiltà
dell'Italia. La Commissione sollecita
l'introduzione del reato di tortura nel codice penale italiano e
chiede conseguentemente che si riformuli anche il codice
militare. È indispensabile che il razzismo, l'offesa alle
popolazioni durante le missioni di pace sia sanzionato, nei
codici e nei regolamenti militari come fatto in sé, come
violazione di diritti fondamentali.
La Commissione, pertanto, conclude nel senso di testimoniare la
sua profonda stima per le Forze armate ed in particolare per i
reparti che sono stati impiegati e che sono attualmente
impiegati in missioni all'estero. |