Nel passato recente il nostro sito si era interessato alle vicende dei rifiuti tossici in Somalia e avevamo fatto un inchiesta accurata. E' una notizia di questi giorni quella fatta da Alberizzi, giornalista del Corriere della Sera, che il fenomeno è ben lontano dalla sua cessazione o che sia finito. I trafficanti dei veleni continuano ad inquinare criminalmente il suolo, il mare della Somalia creando danni inestimabili ed incalcolabili alla popolazione, alla fauna, alle acque e all'intero ecosistema. Torniamo sull'argomento e chiediamo a tutti coloro che sappiano qualcosa al riguardo di informarci in modo tale da denunciare pubblicamente il barbaro e criminale sistema dello smaltimento delle porcherie del "mondo civile". Vi proponiamo e diamo altri elementi (links) delle inchieste già fatte da Famiglia Cristiana e i siti che riteniamo interessanti per conoscere questa vergogna planetaria.

(02/05/2002) Uno degli ultimi rapporti della ECES (Earth Crashes Earth Spirit) sulla situazione delle coste somale e delle morie della fauna ittica.

IL TRAFFICO CHE UCCIDE

Le ragioni di un’inchiesta

La rivista Famiglia Cristiana ha seguito e segue con attenzione i tanti misteri che avvolgono la Somalia, un Paese che negli ultimi due decenni è stato teatro di tutto: dagli scandali e dalle tangenti della Cooperazione ai più diversi commerci illeciti, dagli omicidi sospetti (come quelli del vescovo di Mogadiscio, monsignor Salvatore Colombo, dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin) alle gravi violenze commesse persino da militari dei contingenti Onu.

Lavorando sul campo, i nostri inviati hanno incontrato altri colleghi impegnati a far luce sui traffici di armi e di rifiuti, nonché sul riciclaggio di denaro sporco.

Ne è nato un piccolo pool che comprende, per Famiglia Cristiana, Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari, unitamente a Francesco Carcano (Tv svizzera italiana), Davide Demichelis (giornalista freelance), Andrea Di Stefano (gruppo Espresso-Repubblica), Angelo Ferrari (attualmente all’Agi), Giancarlo Fortunato (fotoreporter) e Raffaele Masto (Radio Popolare).

Qualche settimana fa, divisi in due gruppi, alcuni di essi si sono recati in Somalia, facendo tappa a Berbera, Bosaso, Burao, Hargheisa, Mogadiscio, Merka, Kisimayo. Questo reportage è frutto di sei mesi di lavoro.

Mogadiscio, Novembre 1999

Il pilota impallidisce: «Non se ne fa niente. Nemmeno se mi date centomila dollari». La soffiata avuta a Londra era precisa: «Provate ad andare dieci chilometri a nord della città di Obbia e cinque dalla costa. Là esiste un deposito di rifiuti altamente tossici, probabilmente radioattivi». Alla richiesta di sorvolare quella zona, il nostro interlocutore, fin lì d’accordo ad accompagnarci nelle zone settentrionali della Somalia, reagisce d’impulso: «Ragazzi, vi tirano giù. C’è un cubo in cemento armato di 30 metri per lato con dentro roba pesante. So che all’interno sono custoditi dei cilindri alti quanto una bottiglia».

Il deposito a nord di Obbia potrebbe essere uno di quelli previsti dal progetto "Isola del sale", studiato allo scopo di individuare (e attrezzare, isolare, difendere) dei luoghi ove trasportare materiale nucleare. «A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, americani e francesi valutarono la fattibilità dell’operazione dando alla fine luce verde», ci aveva confidato a Roma una fonte che ha chiesto di rimanere anonima.

Cartina della Somalia con i depositi dei rifiuti tossici.Aldo Anghessa, un chiacchierato personaggio arrestato e processato più volte, già collaboratore dei servizi segreti italiani, aggiunge ulteriori particolari: «Il progetto è stato denominato "Isola del sale" perché così viene comunemente chiamata la penisola di Haifun, nella regione di Bosaso, che ospita enormi saline. E proprio l’estremità nordoccidentale di quella penisola, disabitata, prevalentemente sabbiosa, raggiungibile solo via mare, è stata scelta come deposito principale del progetto. C’è un documento preliminare al riguardo che si conclude sollecitando la creazione "di punti di osservazione antiaerea per eventuali controlli a distanza", giacché si sostiene a chiare lettere che l’unico problema è la sua visibilità da un aereo. Oggi, lungo la costa centrosettentrionale somala, ci sono cinque siti di quel genere».

«Il deposito a nord di Obbia è operativo da circa un anno», precisa il pilota. «Il luogo è sorvegliato giorno e notte. La guardia, però, la fanno altri, non i somali. Lasciate perdere, tornate in Italia». C’è chi, più a sud, nella regione del Basso Giuba, ha tentato di organizzare un deposito di materiale nucleare. «Un paio di anni fa, alcune aziende straniere ci hanno contattato a Nairobi», dichiara il generale Hersi Morgan, che controlla Kisimayo. «Volevano un pezzo di terra per immagazzinare rifiuti tossici e radioattivi sul mio territorio». Morgan dice di aver rifiutato.

Il progetto "Isola del sale" è solo la punta dell’iceberg, il risvolto più inquietante di un problema planetario come quello dello smaltimento di scorie nucleari, rifiuti tossici, residui di lavorazioni industriali inquinanti. I Paesi ricchi ne producono enormi quantità. Solo una parte, però, viene trattata rispettando le leggi.

Buoni guadagni e pochi rischi

Le aree debitamente attrezzate per "lavorare" questi materiali comportano alti oneri economici. «Smaltire correttamente rifiuti solidi urbani oggi in Italia costa 150 – 400 lire al chilo; smaltire rifiuti pericolosi, a seconda della categoria, può andare dalle 1.000 alle 10.000 lire al chilo», spiega Massimo Scalia, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse.

La criminalità organizzata si dimostra sempre più interessata a gestire questo business, che assicura una buona redditività e comporta pochi rischi, dal momento che le violazioni sono perseguite con scarso rigore. Secondo una stima attendibile, il traffico illecito dei rifiuti frutta – solo per quel che concerne l’Italia – circa 6 mila miliardi di lire.

Spesso fusti e cisterne vengono spediti all’estero. Le destinazioni finali sono scelte con cura. Si prediligono ovviamente i Paesi dilaniati da guerre civili, dove è facile ottenere la disponibilità di pezzi di territorio in cambio di forniture d’armi e di congrui finanziamenti ai contendenti in lotta tra loro.

Nel 1987, tra Milano e Roma, viene messo a punto un progetto, definito "Urano", per insabbiare in tre località desertiche del Sahara grandi quantità di rifiuti industriali tossico-nocivi. Il 5 agosto 1987 il protocollo d’accordo è firmato da Elio Sacchetto, per la Compagnia Minera Rio de Oro, e da Luciano Spada, per la Instrumag A.G. A promuovere "Urano" (in Italia, in Europa, in Africa) risulta però essere Guido Garelli, 54 anni, che – secondo alcuni accertamenti – opera indifferentemente con documenti di identità italiani, somali o dell’Autorità territoriale del Sahara, e ama presentarsi come Guy Soulmeyman Rinaldi.

Nei documenti, tutti timbrati "classified", si specifica che ogni cosa andrà fatta «nel pieno rispetto delle leggi dei Paesi e delle norme sancite dal diritto internazionale». Tra i materiali di cui si pianifica il trasporto ci sono anche antiparassitari, bagni galvanici o acido nitrico e, testuale, «resti di medicinali», nonché «rifiuti con composizione sconosciuta».      

 

 Bettino Craxi e Mohamed S.Barre a Roma nel periodo del massimo splendore del socialismo italiano.

Sul finire degli anni Ottanta, quando il regime di Siad Barre entra in crisi, l’attenzione dei trafficanti si sofferma sulla Somalia, nazione che diventa una ghiotta preda allo scoppiare della guerra civile. «Gli incontri e le conversazioni che cercheremo di avere verteranno sulla possibilità di sviluppo del "Progetto Urano", per la parte già nota (ricordiamolo: smaltimento di rifiuti industriali tossico-nocivi, ndr), nel Corno d’Africa», si legge tra l’altro in una "lettera d’intenti riservatissima", firmata il 24 giugno 1992 a Nairobi (Kenya) da Guido Garelli, Ezio Scaglione (37 anni, nato in Piemonte, ad Alessandria, "console onorario della Somalia") e Giancarlo Marocchino, 56 anni, un italiano dal 1984 in Somalia.

Nell’agosto e nel settembre dello stesso anno, Mustafà Tolba, segretario dell’Unep, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di protezione ambientale, lancia l’allarme: «Ditte italiane scaricano rifiuti tossici in Somalia. Non posso fare nomi, metterei a repentaglio la vita di molte persone».         

Grazie a quella pubblica denuncia, clamorosa quanto autorevole, l’affare pare sfumare. Stefan Weber, della sezione svizzera di Greenpeace, oggi rivela: «Non è così. Quell’operazione ha sicuramente visto tre navi cariche di rifiuti raggiungere il Golfo di Aden». L’8 settembre 1992, poi, un telefax "confidenziale" trasmesso a Nairobi, alla sede dell’Unep, evidenzia l’allarme suscitato ad Hargheisa dall’arrivo di 81 mila litri di «pesticidi obsoleti».

L’Unep, in seguito al moltiplicarsi delle segnalazioni, affida un’indagine sul campo a Mahdi Gedi Qayad, già docente di Chimica all’Università di Mogadiscio e suo consulente. La missione comincia il 10 maggio e termina l’8 giugno 1997. Il rapporto finale (l’Unep ne ha negato a lungo l’esistenza; Famiglia Cristiana è riuscita ad averne una copia) riporta interviste e indizi. Due gli episodi più rilevanti: la morte di un pescatore intossicato dal contenuto fuoriuscito da una sacca trovata sulla spiaggia di Brava; la presenza (documentata con foto e video) di una cisterna, lunga sei metri, sulla costa compresa tra Ige e Mareeg, 350 chilometri a nord di Mogadiscio.

Le decine di testimonianze da noi raccolte nel viaggio compiuto in Somalia consentono di redigere un lungo elenco di luoghi dove, con ogni probabilità, negli ultimi 10 anni sono stati depositati rifiuti altamente pericolosi. Partendo da sud, si tratta della città di Jamama (area di Kisimayo), dell’area che circonda Merka, dell’acquitrino dove si spegne il fiume Shebeli, della località chiamata Cinquantesimo, tra Merka e la capitale.

E ancora: l’area di Mogadiscio (il 19 agosto 1996 il presidente ad interim della Somalia Ali Madhi autorizza con decreto Ezio Scaglione a creare un impianto per lo smaltimento di rifiuti tossici in località El Baraf); Warsheikh, sempre a nord della capitale, dove secondo il generale Morgan nel 1992 «vennero bruciati rifiuti nucleari»; la costa che da Mogadiscio si spinge a settentrione, dove sarebbero stati scavati numerosi depositi clandestini. Infine, una serie di interramenti a Johar, lungo la strada Garoe-Bosaso, nell’altopiano desertico tra la regione di Sanaag e quella di Bari. Per tacere degli scarichi fatti in mare, al largo, segnalatici dai pescatori.

«Impossibile sorvegliare i 3.300 chilometri di costa della Somalia», dichiara a Nairobi Halifa Omar Drammeh, dell’Unep: «Uno dei nostri obiettivi prioritari, per il 1998, è proprio la lotta contro lo scarico illegale di rifiuti tossici nelle acque somale, ad opera di navi e società straniere».

Gli effetti di una così prolungata opera di inquinamento non tardano a manifestarsi. Strane malattie colpiscono uomini e animali. Quattro anni fa, per esempio, un medico segnala a Merka un eccessivo numero di tumori alla lingua, alla tiroide, al retto, e troppi casi di malformazioni neonatali. La segnalazione non ha alcun seguito.

Nessuno sa poi che fine abbia fatto l’indagine delle Nazioni Unite effettuata in seguito alle due misteriose esplosioni udite il 5 e 7 dicembre 1995 nelle regioni di Sanaag, Berbera e Sol, nella Somalia settentrionale. Nei giorni successivi, molti accusano difficoltà respiratorie e diarree. Alcuni bambini muoiono.

Nel gennaio 1997, sulla costa tra le regioni di Mudug e Nugal, dopo aver bevuto l’acqua conservata in un bidone trovato sulla spiaggia, alcune persone accusano dolori acuti all’addome. Hanno emorragie allo stomaco e alla bocca. Molti muoiono, alcuni dopo essere stati trasportati in aereo all’ospedale di Médecins sans frontières di Kisimayo. Un episodio analogo si verifica da tutt’altra parte, nel villaggio di Ellanleh (regione del Galgadud): è l’agosto di quest’anno.

Tra il gennaio e il febbraio 1998, nel basso Shebeli (Sud Somalia) si parla di decine di morti a causa di una non meglio precisata febbre emorragica. Nel giugno scorso una «febbre sospetta» colpisce l’area di Warsheikh e vengono segnalate vittime nei villaggi di Adehlé e di Run Mirgod.

Il 22 giugno 1998 l’agenzia di stampa libica sintetizza uno studio del ricercatore algerino Kadhem Amoudi, secondo cui «l’alta mortalità di dromedari in Somalia è causata anche dallo scarico di rifiuti nucleari americani nel deserto del Corno d’Africa». Il 15 giugno un altro dispaccio dell’agenzia libica dà notizia di una simile epidemia nell’area di Baidoa, che coinvolge migliaia di persone, con decine di vittime a Seyd Helow e Bulo Barakov.

Sull’aereo che il 28 ottobre ci trasporta da Merka a Nairobi, la dottoressa Pirko Heinnonen dell’Unicef ci dice che a Bardale (una cittadina a ovest di Baidoa, dove lei era appena stata) una nuova epidemia di natura sconosciuta sta mietendo vittime: «Almeno 120 morti in due mesi», dice. «I sintomi sono febbre alta, tremori in tutto il corpo, emorragia al naso e alle gengive».

Da dove arrivano i rifiuti? Le Procure di Asti e Torre Annunziata stanno concludendo laboriose indagini sul coinvolgimento di aziende italiane, su eventuali coperture dei servizi segreti (con i magistrati collaborano ex agenti o confidenti del Sismi) e sul riciclaggio di denaro sporco, come ad esempio i dinari della Libia (sotto embargo valutario) o quelli kuwaitiani, rapinati dagli iracheni in seguito all’invasione del 1990.

 

Arriva la cisterna, la gente si ammala

Una cisterna, lunga 6 metri, corrosa dall’acqua salata, e un fusto rotto. Le foto appartengono al corredo di immagini allegato al rapporto di Mahdi Gedi Qayad, un consulente dell’Unep, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di tutela dell’ambiente.

Per verificare le voci di scarichi illegali di sostanze tossico-nocive, Mahdi Gedi Qayad, docente di Chimica, dal 10 maggio all’8 giugno 1997 ha svolto accurate indagini lungo le coste somale.

La cisterna qui sopra, in particolare, è stata fotografata sulla spiaggia tra Ige e Mareeg, 350 chilometri a nord di Mogadiscio. «Molta gente del posto ha detto che una cisterna simile è stata scaricata in mare non lontano da lì», si legge nel rapporto. «Alcuni pescatori hanno lamentato improvvise allergie imputabili a vernici e altri sintomi strani».

 

 

Un sospetto residuo corroso dalla salsedine su una spiaggia somala

Commercio di armi, stive piene di rifiuti tossici, traffici vecchi e nuovi

E LA NAVE VA

Fanno rotta verso l’Africa, cariche di rifiuti altamente tossici. Le navi dei veleni continuano a trasportare i loro immondi carichi. Lo ha reso noto il magistrato Luciano Tarditi, intervenendo a Roma a un convegno organizzato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso collegate.

Oggi come ieri, la Somalia è una delle mete. Anche se non l’unica, pare. Intrighi internazionali, collegamenti con traffici d’armi, dubbie operazioni finanziarie: per far piena luce su queste vicende stanno lavorando diverse Procure italiane, tra cui quelle di Reggio Calabria, Torre Annunziata e Asti. Altri scandali si aggiungono a quelli che nel recente passato hanno caratterizzato gli interventi della Cooperazione italiana, che proprio nel Corno d’Africa ha sperperato miliardi in progetti finti o inutili. Il problema dell’inadeguatezza delle norme: «Perseguire i trafficanti di rifiuti», dice Tarditi, «è oggi molto difficile. Non possiamo autorizzare intercettazioni telefoniche né arrestare nessuno, neppure se colto sul fatto».

Solcano ancora le acque del Mediterraneo. Fanno rotta verso l’Africa, le stive ingombre di carichi immondi. Le "navi dei veleni" continuano ad essere una triste realtà. Lo ha reso noto Luciano Tarditi, uno dei magistrati che stanno indagando su questi traffici. «Ci sono imprenditori italiani che hanno risolto così il problema dello smaltimento dei loro rifiuti», ha affermato il 10 marzo, intervenendo in un convegno a Roma organizzato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse. «Si tratta di rifiuti tossico-nocivi e anche, all’occorrenza, di rifiuti radioattivi», ha precisato Tarditi, sostituto procuratore ad Asti.

Oggi, in Italia solo il 15 per cento circa dei rifiuti viene smaltito a norma di legge. Il resto finisce in discariche abusive, è interrato o gettato di nascosto in fiumi e laghi. In Italia. O all’estero. Stando a valutazioni attendibili, questo business "nero" frutta tra i 2 e i 6 mila miliardi di lire.

Una delle mete era e potrebbe tuttora essere la Somalia. Nell’agosto 1992, Mustafà Tolba, segretario dell’Unep, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente, lancia l’allarme più clamoroso: «Ditte italiane scaricano rifiuti tossici in Somalia. Non posso fare nomi perché abbiamo a che fare con la mafia, metterei a repentaglio la vita di molte persone». Una dichiarazione rilasciata a freddo. Dopo settimane di silenzio, Mustafà Tolba aggiunge: «Un contratto tra due industrie europee e la Somalia per il trasporto annuale di circa mezzo milione di tonnellate di rifiuti tossici in questo Paese è fallito. L’Unep è soddisfatta perché ha evitato una tragedia ambientale».

Cos’è successo? La denuncia di Tolba spezza una fitta rete di operazioni finanziarie e di contatti che si andava costruendo da tempo. Nel maggio 1991, il ministro della Sanità somalo, Nur Elmi Osman, e il governatore della Banca centrale, Alì Abdì Amalò, entrambi della fazione di Ali Mahdi, in quel momento a Roma, si fanno stampare delle cambiali da scontare in cambio di medicinali da inviare in Somalia. Vengono contattate alcune imprese italiane con la richiesta di agevolare il pagamento degli effetti firmati da Nur Elmi Osman e avallate dalla firma del governatore della Banca centrale somala. L’ammontare complessivo dei finanziamenti richiesti sfiora i 13 miliardi di lire. Le cambiali vengono intestate e dichiarate pagabili alla società Finchart.

L’operazione alla fine fallisce per ostacoli burocratici, ma lascia aperti inquietanti interrogativi. Com’è possibile spedire medicinali in una nazione dilaniata dalla guerra civile, con il porto di Mogadiscio inutilizzabile? Come avrebbero pagato i somali, se i fondi del Governo sono congelati nelle banche italiane a causa della guerra? Come può la Sace (l’organismo del ministero del Commercio con l’estero italiano che assicura le operazioni delle imprese italiane all’estero) farsi garante dell’operazione?

Si può pagare in altro modo, magari "in natura", offrendo per lo smaltimento di rifiuti tossici l’uso del territorio controllato da Ali Mahdi, che in quel momento ha bisogno di risorse economiche e materiale bellico per rovesciare finalmente le sorti della guerra.

Infatti qualche mese dopo, Jagiswar Singh, indiano di nascita e svizzero di adozione, viene incaricato di reperire una banca o un istituto finanziario disposto a effettuare l’operazione di sconto delle cambiali della Finchart. Singh trova la svizzera Achair & Partners che si dice disposta a provvedere al finanziamento, ma chiede in cambio una concessione per smaltire rifiuti in territorio somalo.

Si firma un contratto. Il 5 dicembre 1991 la Achair & Partners è autorizzata a costruire un Centro polifunzionale per il trattamento, incenerimento e smaltimento di rifiuti ospedalieri e industriali di tipo speciale e tossico. In attesa della costruzione del Centro, recita il contratto, i rifiuti saranno immagazzinati nell’area prescelta per un volume annuale di 500 mila tonnellate.

Il gioco è fatto. I somali mettono il territorio e possono ottenere le armi per combattere, in cambio devono accettare i rifiuti. La società svizzera indica in un altro italiano, Marcello Giannoni, il cervello dell’operazione. Giannoni è procuratore della Progresso srl, costituita a Livorno il 9 gennaio 1992, che all’epoca ha come presidente Awais Nur Osman, ministro del Commercio estero somalo, lo stesso che, nel novembre 1991, ha dato mandato proprio a Giannoni di trovare sui mercati internazionali finanziamenti a medio e lungo periodo finalizzati alla realizzazione di progetti industriali da insediarsi sul territorio somalo. Nell’agosto e nel settembre 1992, Mustafà Tolba parla. Il business sfuma.

Le denunce contro i malaffari che hanno per epicentro la Somalia invece si moltiplicano. Il 25 novembre 1992 Piero Ugolini, funzionario della Cooperazione italiana, in Somalia nella seconda metà degli anni Ottanta, presenta un dettagliato esposto-denuncia. Nell’ottobre 1993 Franco Oliva (nella foto), anch’egli esperto della Cooperazione italiana, torna a Mogadiscio dopo esserci stato nello stesso periodo di Ugolini. Vi rimane una ventina di giorni appena, giusto il tempo di rilevare alcune irregolarità e di venire gravemente ferito in un misterioso agguato.

Diverse Procure italiane indagano sulle scandalose attività della Cooperazione. Viene costituita anche una Commissione bicamerale di inchiesta che lavora tra il 1994 e il 1996 puntando l’attenzione, per quel che riguarda la Somalia, soprattutto sulla flotta di pescherecci della Shifco (sei navi, un dono dell’ordine di oltre 70 miliardi fatto dalla Cooperazione italiana alla Somalia; il sospetto è che le imbarcazioni siano servite a trasportare armi).

E oggi? Indicazioni che la Somalia è ancora al centro di un possibile traffico di rifiuti arrivano dall’Olanda, sede di Greenpeace International. Alcuni mesi fa, l’associazione è contattata da ufficiali del Governo dello Yemen, che segnalano lo spiaggiamento sulle loro coste, soprattutto nella zona orientale che si affaccia sul Golfo di Aden, in corrispondenza della costa somala, di decine di barili carichi di sostanze non meglio identificate.

Già in passato, sempre in quella zona, erano stati denunciati episodi di scarico in mare di bidoni sigillati. L’11 novembre 1995, poi, un altro episodio viene segnalato alle competenti autorità dell’Onu e dell’Organizzazione mondiale della Sanità da un organismo non governativo a Bosaso.

La Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha scritto di recente: «Si è accertata l’esistenza di attività di trivellazione e inabissamento in mare di container, al largo della costa nord-orientale della Somalia». Anche nel Sud, a Merca, nell’estate 1993 si arena una nave con a bordo i sette membri dell’equipaggio morti in circostanze oscure, vittime forse di esalazioni emanate dal carico trasportato.

Nel gennaio 1996, d’altronde, Giancarlo Marocchino, un imprenditore italiano da tempo in Somalia, davanti alla Commissione parlamentare sulla cooperazione aveva affermato di avere notizie sullo scarico di rifiuti radioattivi nel Nord del Paese. Marocchino, però, è stato indicato da altri testimoni come l’intermediario per accordi finalizzati al trasporto in Somalia di rifiuti tossici provenienti dall’Europa.

Sospetti, notizie, intrighi. Nel tentativo di fare piena luce stanno lavorando diverse Procure italiane, tra cui quelle di Reggio Calabria, Torre Annunziata, Asti.

L’inchiesta di Reggio Calabria, in particolare, parte dall’affondamento, il 21 settembre 1987, della motonave Rigel al largo di Capo Spartivento. Una soffiata e alcune intercettazioni telefoniche mettono i magistrati sulle tracce di un possibile traffico di rifiuti tossici e radioattivi. L’inchiesta si allarga: nel dicembre del 1990 la nave Rosso, ex Jolly Rosso già coinvolta nel traffico dei rifiuti, si incaglia a Capo Suvero.

Nel ’96 l’inchiesta passa alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti il pm Alberto Cisterna dichiara che alcuni personaggi legati alle cosche ioniche della provincia di Reggio Calabria, in parte residenti in territorio tedesco, sono cointeressati all’attività di società tedesche che già figurano nei libri contabili e nelle documentazioni acquisite nel corso delle indagini sull’affondamento delle navi. Un collaboratore straniero, inoltre, collega l’affondamento delle navi cariche di rifiuti a un traffico di armi sbarcate in Calabria e destinate alle cosche dell’Aspromonte. Tra lo Ionio e il basso Adriatico si sarebbero nel tempo inabissate 32 navi. Sono in corso operazioni di ricerca della Rigel, coordinate dall’Anpa, Agenzia nazionale protezione ambiente.

Al vaglio degli inquirenti delle varie Procure si susseguono episodi e personaggi in parte noti e in parte no.

Ad esempio, chi è davvero Guido Garelli, un pugliese di 54 anni dalle molteplici identità e mestieri, segnalato nell’Amministrazione territoriale del Sahara controllata dal Fronte Polisario, quindi in Somalia a proporre vendite d’armi, e ancora a Nairobi, in Kenya, per sottoscrivere (24 giugno 1992) un accordo di natura economica con altri due italiani, tra cui Marocchino.

«Combattiamo a mani nude contro i carri armati», conclude Tarditi. «Occorre introdurre nuove figure di reati e inasprire le pene. Perseguire i trafficanti di rifiuti è oggi molto difficile: non possiamo autorizzare intercettazioni telefoniche né arrestare nessuno, neppure se colto sul fatto. Il traffico di rifiuti è attualmente un reato che cade in prescrizione in quattro anni e mezzo».

 

 

Un altro residuo spiaggiato sulle coste somale

«Ma la Shifco è innocente»

«Mio fratello, l’ingegnere Mugne Said Omar, è innocente. È merito suo se la Shifco è rimasta l’unica società somala che non è stata svenduta. Le sue navi sono somale, battono bandiera somala e grazie a loro vivono più di duemila famiglie somale. La Shifco non compie nessun traffico illegale, né di armi né di scorie. Chi dice il contrario afferma il falso. Gli italiani, i giornalisti, la Rai, i somali dei salotti televisivi romani vogliono distruggere la Shifco. L’Occidente ha abbandonato la Somalia. Solo Arabia Saudita, Egitto e Yemen ci sono vicini».
Parla l’ammiraglio Abdalla Said Omar, ex vicecapo di Stato maggiore della difesa ed ex comandante della Marina militare somala durante il regime di Siad Barre e fratello dell’ingegnere Mugne. Dal 1991 è in Italia. Durante l’intervista, su nostra richiesta, telefona al fratello nello Yemen per alcune precisazioni, ma l’ingegnere Mugne non accetta di parlare con noi.
Chi vuole mettere le mani sulla Shifco?
«Noi abbiamo detto "no" a tutte le fazioni somale che volevano vendere questi pescherecci, come è stato invece fatto con tutte le altre proprietà somale: le industrie, le banche, la Somalia Airlines, i mercantili. Abbiamo evitato che la flotta prendesse parte alla guerra civile dopo la caduta di Siad Barre. Le due corvette lanciamissili della Marina somala sono ora ad Aden. L’ingegnere Mugne è l’unico che entrerà in Somalia con due navi da guerra e sei navi da pesca battenti bandiera somala, salutato con onore. Gli altri non porteranno niente».
Eppure la Shifco è al centro di alcune inchieste della magistratura; l’ultima intervista di Ilaria Alpi a Musa Boqor di Bosaso citava proprio la Shifco e Mugne...
«Questa è una congiura giornalistica. Se mio fratello fosse implicato nella morte di Ilaria Alpi o nei traffici di armi io non sarei qui e non lo difenderei».
C’è qualche partecipazione italiana nella Shifco?
«Assolutamente no».
Nel registro delle imprese di Roma risulta una Shifco italiana, costituita nel luglio 1990 e in liquidazione dal 30 ottobre 1994...
«Non esiste nulla del genere. È falso».

La Jolly Rosso, omonima della nave coinvolta nel trasporto dei rifiuti tossici.

 

Giancarlo Marrocchino, l'italiano al centro di mille sospetti

«Sono innocente. Ecco perchè....»

 

Articoli attinenti i rifiuti tossici in Somalia
"The Deadly Trade: Toxic Waste Dumping in Africa." Africa Report (September-October 1988). 
"Africa: Wastebasket of the West."  Business and Society Review (Fall 1988).
Concern over Toxic Dumping."  Times of Oman 12 (September 1992).
"Italian Firm Denies Somali Waste Deal."  The Guardian (September 11, 1992).
"Italy Demands Inquiry on Toxic Waste Dumping in Somalia." European Information Service (September 12, 1992).
"Italy Denies Export of Toxic Waste to Somalia."  Agence France Presse (September 14, 1992).
"Somalia: EC says it Cannot Stop Toxic Waste Dumping in Somalia." Inter Press Service (September 30, 1992).
"Somalia: European Firms Dumping Toxic Wastes, UNEP to Probe." Inter Press Service (September 10, 1992). 
"Somalia: Italy Under Fire for Toxic Dumping Reports." Inter Press Service (September 11, 1992).
"Somalia: OAU Concerned Over Toxic Waste Dumping."  Inter Presse Service (September 24, 1992).
"Somalia: UN, Evacuates Relief Workers, Denies Reports of Toxic Waste Dumping"  British Broadcasting Service 3
     (October 1992).  
"Somali Government Allows Toxic Waste Dumping."  Saudi Gazette 13 (September 1992).
"Switzerland asks UN help on Somalia Toxic Waste Links." Reuters Limited (September 11, 1992).
"Toxic Terrorism invades Third World Nations."  Black Enterprise (November 1988).
"Toxic Waste Joins Somalia's List of Woes."  Chicago Tribune (September 11, 1992).
"Toxic Waste Shipment to Somalia Believed Aborted: UNEP."  Agence Presse France (October 6, 1992).
"Trans-Boundary Waste: UNEP Team Explores Dumping in Somalia." Inter Press Service (September 30, 1992).
"UNEP Official Urges African Nations to Approve Basel Accord on Waste."  International Environment Reporter 
(BNA, October 7, 1992).
 

La mafia dei rifiuti – SOMALIA, AGENTI SEGRETI, STRANI NAUFRAGI

Somalia and Survival in the Shadow of the Global Economy 

Rapporto dell'ing. somalo Abdullahi Elmi

http://www.american.edu/projects/mandala/TED/ice/SOMWASTE.HTM

www.corriere.it

www.stpauls.it

econews

www.camera.it

www.basel.int

www.unep.org

http://www.somaliatalk.com/sun/index.html (in somalo)

http://www.ipsnews.net/it/index.asp