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Lite
in "parlamento", onorevoli sediate in testa.
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Presidente e Primo Ministro a pranzo
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Il 13 giugno
scorso il "governo somalo" ha lasciato Nairobi per
la destinazione "provvisoria" nella città di Giohar
(la Ex Duca degli Abruzzi). Il Parlamento ha fatto
la sua ultima sessione in Kenya, prima di sospendere
i lavori per due mesi, senza la partecipazione
di un centinaio di deputati e di un buon numero di
ministri, i cosiddetti 'irriducibili' di Mogadiscio,
che a più riprese, si sono detti pronti a uscire dal
governo, qualora questo si fosse trasferito in una
qualsiasi altra città somala. A questo punto è
d'obbligo ritornare a fare un analisi come nostra
consuetudine e come richiesto anche da alcuni fedeli
lettori abituati a leggere nel nostro sito le
vicende somale.
Dall'insediamento del governo, dopo
un lunghissima gestazione di trattative in Kenya,
non è assolutamente cambiato nulla nella situazione
del paese, tuttora saldamente consegnato alla completa
anarchia. Per la cronaca l'ultima
vittima è Abdulkadir Yahya Ali, un operatore di una
ONG che stava a Mogadiscio, persona sensibile e
stimata per il suo lavoro e la sua infaticabile
dedizione per la pace. Qualche ora dopo, medesima
sorte ha subito il Responsabile della Corte islamica
del quartiere Ifka Halan, Hirsi Abdi Ali detto Hirsi
Lugey.
Va assolutamente detto che il governo di
transizione federale somalo ha un con se un vulnus
bacato che è la sua stessa composizione governativa,
il suo male è la sua composizione. Una composizione
"clanistica" mal
assemblata e che, mai raggiungerà, un obiettivo
comune, prevale il tutti contro tutto. Non è un
parlamento eletto democraticamente; non è costituito da componenti
politici ne da un programma politico; ha un numero
spropositato di ministri e di dicasteri; non ha un
parlamento e una sede stabile; non hanno uno stato; c'è una ampia
componente di deputati e ministri analfabeti, etc.
La situazione è fallimentare e frammentata ed stata persa un altra
occasione per portare la Somalia fuori dal pantano ma,
questa colpa è degli sponsor dell'Igad e coloro che
hanno fornito il supporto economico e non dei
somali. L'anomalia della situazione somala è sotto
lo occhi di tutti ma, non c'è una risposta adeguata
per sradicare questo tumore. In Afghanistan si è agito perché tale nazione era
inclusa come Stato "canaglia" e protettrice di
terroristi; in Iraq si è agito perché si
"presumeva" avesse armi di distruzione di massa; in
Bosnia si era agito perché c'era pulizia etnica; in
Ruanda altretanto e gli autori di migiaia di vittime
civili sono perseguiti dai tribunali internazionali. In
Somalia, invece, gli autori del massacro civile sono stati
ospiti illustri ed eccellenti del Kenya, sono stati
premiati e dispensati con un Congresso di pacificazione durato
due anni, sono stati donati e sperperati milioni di dollari, morti,
liti. In tutto questo teatrino nessuno ha pensato di fare una
grande retata; era il più grande raduno di malfattori,
assassini, affamatori e distruttori di un paese.
Non
voglio commentare chi siano costoro, ma di fatto la
comunità internazionale procede in modi e misure
diverse. Di fatto si è consegnato (con il consenso
di tutti) il paese per cinque anni inderogabilmente a queste persone. Non
c'è trippa per gatti per i prossimi cinque anni e
alla faccia della formula "transizione",
una transizione dura pochissimo qui si è scelto più
di una legislatura.
Seriamente
parlando, in questa brutta faccenda, c'è anche lo
zampino della politica italiana che sceglie tempi e
modi erronei ad infilarsi in situazioni
imbarazzanti. E' di questi giorni l'invio di due
aerei carichi d'aiuti inviati per "l'insediamento
del governo nel paese". Le comunità somale
all'estero hanno inteso il gesto come un atto di
riconoscimento a questo governo e l'Italia rischia
di creare un altra volta dei risentimenti mai sopiti nella
popolazione somala e nelle comunità all'estero dei
somali. E' innegabile che Il
Sottosegretario agli Esteri Mantica, ricordi sovente
che la Somalia non può fare a meno della tutela
etiope e della sua equidistanza dalle vicende
somale. Ogni volta automaticamente fa infuriare
milioni di somali che non vogliono sentire parlare
di Etiopia nelle vicende somale. Alcune comunità
somale hanno denunciato questi fatti in un recente
forum tenuto a Roma e nel frattempo si stanno
organizzando come vero soggetto politico che ha
l'ambizione di portare la situazione somala sotto un
ambito politico e non più come un assemblaggio
clanistico. A Londra è nato il Somali Concern Group,
che sta allargando la sua azione a tutta la diaspora
al punto tale che si pensa formi anche un governo
ombra che vada a sorvegliare e contrastare quanto
sta succedendo in Somalia. Nel fratempo, stiamo
osservando con preoccupazione la nascita di cordate
di persone dubbie che si sono affrettati a formare
camere di commercio italo somale (tra l'altro usando
termini commerciali pubblicati dal nostro sito), o
stanno accreditando i loro "buoni uffici" per la
ricostruzione, l'industrializzazione e altre
porcherie da riversare spudoratamente in Somalia.
Bisogna stare attenti a queste equilibrismi
pericolosi e stare con gli occhi aperti.
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Abdulkadir Yahia, pacifista ucciso.
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Il responsabile della corte islamica di Ifka
Halan, Hirsi Lugey.
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Inversamente, il
governo di Abdullahi Yusuf, non è riconosciuto dalle
comunità della diaspora somale, è un governo nato maldestramente,
mal assemblato e
non inclusivo di un progetto politico. Il Presidente è coinvolto all'estero
in fatti giudiziari (Suldan Hurre) inoltre è stato
incluso nel traffico di
rifiuti tossici
provenienti dall'Italia e si parla
che ha intascato tangenti per 1 miliardo e duecento
milioni di lire da questi traffici. Alla
data della sua elezione ufficialmente era a capo del Puntland, una regione della Somalia, confinante con
il Somaliland. Ha fatto la guerra al suo rivale Jamà
Ali Jamà, ha mosso guerra contro il Somaliland, è un
amico fraterno di Meles Zenawi dell'Etiopia. E' malato e necessità di cure che vanno
fatte all'estero. Politicamente si muove denunciando
i suoi colleghi del Parlamento come cabilisti mentre
le sue milizie sono un "esercito". Strategicamente
si muove nel dividere e nel creare alleanze con
gruppi che non siano quelli degli Hawiya, suoi
nemici giurati. Non ha nessun interesse d'insediarsi
a Mogadiscio, la capitale, perchè sa di avere solo
rischi e nessun vantaggio. Sta creando alleanza con
Barre Hirale, che ufficialmente comanda il Basso
Giuba e lo strategico porto di Chisimaio. Se
potrebbe porterebbe il comando del governo nel
Puntland che lui considera a tutti gli effetti la
Somalia. Ha un chiaro disegno che lo porta ad
escludere la capitale, da qui la sua insistenza a
portare il governo a Baidoa, Giohar e altre
località. L'allontanamento del governo da Mogadiscio
è dichiaratamente una forma di indebolimento della
componente Hawiya del suo governo, l'unico gruppo
che potrebbe dare seri problemi all'azione di
Abdullahi Yusuf.
Il Primo Ministro
Mohamed Gedi e il Presidente dell'Assemblea Sharif
Ahmed, sono due figure svuotate di potere reali a
quella del Presidente, alla luce dei fatti non hanno
nessun spazio di manovra vista l'azione di Abdullahi
Yusuf. Ali Mohamed Gedi viene descritto come un
soggetto iroso e facilmente infiammabile. La sua è
più una figura da professore universitario, cosa che
lui è, piuttosto che un politico di rango e di
polso. Il Presidente dell'Assemblea, un commerciante
moderato proveniente della città di Baidoa, che
risulta a piacere di più e comincia ad inserirsi nel
suo ruolo pragmaticamente, al punto tale che ha
fatto qualche distinguo di funzioni e di competenze
tra lui e il Presidente.
Appuntamento al prossimo Il punto: Le Corti
Islamiche di Mogadiscio
GM
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