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Cosa significa essere italo-somali? Cosa
significa sentirsi italo somali? Cosa s'intende
con questa definizione? I sentimenti, il
pensiero, il punto di vista.
Gianni Mari:
Chi non fosse italosomalo, potrebbe pensare che
la domanda sia insignificante, poco
appassionante, ecc. Non è così in realtà.
Metaforicamente uso un esempio stradale: è
difficile viaggiare "tutta la vita" nella corsia
di mezzo senza nessuna possibilità di portarsi
nella corsia di sorpasso o di marcia comune,
"gli altri" continuano a suonare il clacson,
sempre. Ci sarà, sempre e dovunque, chi ti
ricorderà che tu non SEI nella corsia giusta… o
che tu sei lento.
Il confronto fra culture é una questione
complessa. Sono moltissime le argomentazioni per
aprire un dibattito entriamo brevemente nelle
sfumature generate dal colonialismo (qualunque
esso sia) e i problemi del tema “ibridità”,
creolizzazione, meticciato, contaminazione,
incroci e identità. In tutte queste sfumature
ovviamente prevale la singola storia d'ognuno, i
suoi ricordi, la sua famiglia(?) qualcuno
neanche quella.
Parlo bene, benissimo una lingua, sicuramente
qualche genio farà pesare questa conoscenza,
diversamente non si parla o non si capisce
l'altra lingua del tuo "io" e altri ti faranno
notare l’anomalia della tua “non conoscenza”.
Sei stato allevato in una religione che un tuo
genitore non condivide e t'accorgi che sei
differente perché i tuoi parenti ti danno una
padella tutta tua per non far contaminare le
loro stoviglie dalla tua fettina di maiale o di
prosciutto. Sei più chiaro di carnagione da
coloro che ti circondano nella vita quotidiana,
dunque, automaticamente sei anomalo. Non è che
dall'altra parte stai meglio, sei più scuro e i
conti nuovamente non tornano perché
automaticamente sei anomalo. C'è sempre al
dunque qualcosa fuori posto, in ogni modo vada
la situazione contigente. Il destino ci ha
assegnato un ruolo di perenne disordine, non
noioso certamente.
Di per se questa è la nota giusta della vicenda,
il disordine dell'ordine.
Letta così superficialmente, essere italo-somalo,
potrebbe e può sembrare una serie infinita di
fraintendimenti anche buffi. Non è così. Si
agitano e diventano presenti due identità
contrapposte e agli antipodi, mediare fra le due
identità è un lavoro. In psicologia esiste una
patologia della psiche conosciuta come sindrome
della doppia personalità, vale a dire in un
unico individuo possono esistere raggruppamenti
psichici, in grado di mantenersi relativamente
indipendenti tra loro, di "ignorarsi" a vicenda,
i quali possono provocare una "scissione" della
personalità lungo linee da loro fissati, le
persone "comuni" usano lo sdoppiamento, più o
meno patologico, come rimedio per scappare da
una realtà arida e soffocante e dai labili punti
di riferimento. Nel nostro caso - normalmente
senza patologia psicologica -, consciamente
dobbiamo ricorrere alla doppia identità.
Assumiamo l'identità consona ai nostri
interlocutori sia che essi sono somali o
italiani e, con tutti gli altri siamo delle
normalissime persone con una propria identità.
Questo cambio d'identità subentra con
naturalezza non per necessità opportunistica o
ha finalità diverse. Il nostro essere
italosomali deriva da un unicum universale che
non ha simili né eguali nel mondo, è il
risultato della sommatoria dell'ambiente sociale
in cui siamo nati e cresciuti.
La società somala è patronimica perciò un figlio
appartiene al "qabil clan" del padre al suo "rer",
"laf", "tool" ecc, dunque noi non apparteniamo
ai clan/tribù somale in quanto figli di padri
italiani, inversamente in Italia siamo
considerati degli "oriundi", dunque cittadini
italiani per nazionalità o documenti ma mai
"considerati" del tutto italiani. Questo capita
esclusivamente agli italosomali e non ai
francocamerunensi, agli angloghanesi, ai
germanoturchi o qualunque altro tipo di meticci.
Non c'è per nessuno di questi meticciati un
background culturale così complesso, codificato
comportamentalmente, variegato e diversificato
come capita solo a noi italosomali.
Alla fine tuttavia rimane la fragilità degli
esseri umani e, al dunque, bisogna avere un
carattere ed una tempra fuori dell'ordinario per
gestire le avversità che "gli altri" cercano di
evidenziare con la nostra "presunta diversità"
non pensando invece alla nostra ricchezza.
Questa “presunta diversità” è un valore aggiunto
che rende più forti o molto più deboli - fattore
che molti non hanno compreso appieno - . In
questo mio scritto vorrei citare affettuosamente
i più fragili ed esposti perché fra costoro, ho
perso molti fratelli, sorelle, amici, amiche in
modo tragico. Si erano rifugiati nell'alcool, si
sono uccisi e si stanno uccidendo, si sono
alienati dalla loro mente impazzendo, si sono
lasciati andare alla deriva dai loro corpi
riducendosi a barboni e, molti hanno tutt'ora
incubi ricorrenti e angoscianti attinenti le
loro infelici infanzie, anche se hanno superato
il mezzo secolo di vita:
forse ciò perché qualcuno aveva prospettato, a
questi amici/amiche, una vita differente,
serena, pacifica, tranquilla, senza problemi.
Forse perché non avevano un ego forte, in
quanto, strappati agli affetti materni e buttati
in un collegio fin dalla loro infanzia. Perché
nel cammino della vita venivano a mancare le
certezze e aumentavano i dubbi. Pensavano
d'essere Tizio e invece erano Caio; forse,
forse, forse…… Sicuramente, con tanti forse,
l'unica certezza è che sono stati traditi.
Il tema e l'argomento hanno contenuti forti e
l'ho voluto affrontare con altri, trovando
conferme, certezze e testimonianze (al momento è
tutta femminile) di giovani italo-somali. Nel
frattempo gli italosomali sono stati affiancati
dagli "somalitalo"(fatto positivo), l'evoluzione
inversa.
Quest'ultimi, affrontano anch'essi in maniera
prepotente lo stesso pensiero: persone divise e
diverse ma … con una prospettiva differente ma,
egualmente da considerare e capire.
Di quanto sto scrivendo conta sopratutto l'età
delle persone per comprendere l'io
dell'italo-somalo, un tempo che abbraccia
periodi ed epoche diverse, situazioni storiche,
periodo coloniale, post-coloniale. E' ovvio che
forme pesanti d'inquinamento razzista messe in
atto, e diffuse dalla propaganda coloniale
liberale del primo periodo, con prassi e con
comportamenti 'immaginari' dei coloni e degli
amministratori, così come degli italiani in
patria, i pochissimi bimbi italosomali
dell'epoca dovevano necessariamente avere una
forte tempra. Il fascismo, in seguito, aveva
istituzionalizzato il più grande progetto di
discriminazione razziale mai messo in atto in
una colonia, e l'antropologo L. Cipriani ne era
l'ideologo più autorevole. Cipriani,
sottolineava la simbiosi tra antropologia e
prassi politica razzista all'indomani della
proclamazione dell'impero, pubblicando sul
Corriere della Sera un articolo
dall'inequivocabile titolo "L'antropologia in
difesa dell'impero" (16 giugno 1936). Nel 1937,
il regime fascista diede l'ordine di "combattere
l'ibridismo di razza facendo apparire come
inferiori fisicamente e moralmente le razze di
colore" ovviamente anche gli ibridi generati da
costoro. Infine, Lidio Cipriani, uno dei tanti
firmatari del Manifesto della razza del 1938,
cercò di dimostrare, nella lotta contro il
madamato, come i meticci fossero inevitabilmente
predisposti alla degenerazione, e che dunque
fosse necessario salvaguardare il prestigio
della razza latina e fascista. Ebbene quelle
generazioni di italosomali non può pensare come
la mia generazione degli anni cinquanta o
dell'era AFIS o quella post indipendenza della
Somalia, quello che conta è l'età dei soggetti e
il contesto in cui si sono vissuti. E'
complesso.
C.A.F.:
Il primo pensiero che mi viene in mente quando
penso all'essere italo-somala, è un vago ricordo
che riemerge dall'infanzia. La sensazione
continua a dover spiegare una parola, un
atteggiamento e la consapevolezza che quella
parola e quell'atteggiamento sarebbero state da
tutti collegate alla mia parte "altra". Sarebbe
stato bello che le stranezze peculiari a me,
come a tutti gli esseri viventi, fossero state
attribuite più ad un capriccio personale che al
sangue di tuo padre o di tua madre. Così
(dicevo) ricordo questa cosa buffa, mi guardavo
allo specchio e pensavo "Chissà come ci si deve
sentire ad essere tutta bianca o tutta nera?!".
Tutto ciò pensavo, ma senza angustia e con gran
leggerezza, perché in realtà mimetizzarsi ed
avere una giustificazione bella e pronta, il più
delle volte poteva risultare assai comodo! Come
nel seguire certi precetti religiosi noiosi:
avevi la mamma bianca che non ti aveva insegnato
come si deve stare al mondo, quindi eri
esonerata, grazie a Dio (Allah). Salvo poi
passare la notte ad arrovellarsi per i sensi di
colpa, sognando alternativamente prima l'inferno
cattolico che, se pur temibile, prevedeva
l'esistenza di un purgatorio, poi il naar, il
fuoco eterno islamico.
Questi ragionamenti riguardano più l'essere
ibrido in generale, condizione che il più delle
volte, se anche vissuta con difficoltà
nell'infanzia, diventa nell'età adulta una
possibilità metamorfica, un farsi ponte,
mediatore, decifratore dei misteri di due mondi.
Veniamo ora alle caratteristiche peculiari delle
nostre due culture d'appartenenza, quella somala
e quella italiana. L'italiana. Credo,
soprattutto, di essere impregnata della sfera
femminile di mia madre (italiana). Il mio
desiderio pungente di proteggerla dal mondo
esterno, di farla accettare dalle donne somale
con cui non è mai stata in grado di comunicare.
Credo che in questa re-invenzione della sua
figura stia l'essenza prima delle mie
caratteristiche femminili, la precisione, il
pudore cattolico da una parte e dall'altra
l'esuberanza e la passionalità delle sorelle di
mio padre. Così ho tenuto in serbo una gran
riservatezza. Mitigata fortemente dal desiderio
di vivere l'intimità e la sfera femminile
insieme alle altre donne, così come usavano le
zie. Da mio padre ho invece bevuto la linfa del
fervore ideologico, l'utopia della nascente
nazione, della fratellanza e della liberazione
dei somali.
Dopo la mia maternità precoce, la guerra e
l'esilio sento dentro di me sopravvivere la
sensazione di essere in grado di trasportare la
mia casa e il mio guscio ovunque, attitudine al
nomadismo atavica che riemerge e forse, chissà,
mi è stata travasata dal sangue di mia nonna
Barni.
M.I.B.
continua: Che compito difficile ci hai dato!
Ho sviscerato pochi punti chiave, così senza
rifletterci molto, vorrei approfondire con
voi... tuttavia ciò che è venuto subito "a
galla" è questo:
Per me essere italosomala significa avere
un'identità un po' ai confini perché mi sento il
frutto di una trama inscindibile creata da un
passaggio storico breve, violento e rinnegato.
Mi manca un senso d'appartenenza, vorrei essere
capace di riempire lo "spazio interno" che
collega le mie origini. I sentimenti che provo
sono rabbia ed impotenza per "l'amputazione"
legale, burocratica e di comunicazione nei
confronti della Somalia e quindi le difficoltà
che ho a tornare da papà e i miei fratelli.
Forse non brillo per positività e ottimismo, ma
se sentissi meno accesa e mi esprimessi in modo
più quieto sarei rassegnata.
E.B.,
prosegue così: mi sento divisa tra due mondi,
anche se il mio cuore è più vicino alla Somalia
soprattutto perché sono nata a Mogadiscio...però
mi sento anche fortunata e privilegiata perché
sono il riassunto di due culture e attraverso di
esse riesco a comprendere meglio sia la
visione/pensiero degli italiani che quella dei
somali...
M.I.B
ritorna sull'argomento: considerando che le
ferie sono un miraggio in un oasi di... lavoro
ed impegni, faccio onore alla bella immagine
figurativa di libro "bianco/nero" cercando di
approfondire i concetti precedentemente espressi
anche se non è facile perché riemergono vecchi
ricordi intrisi di tenerezza struggente e
tuttora irrisolti...
Come quella volta che in gita scolastica con le
suore ho imbarazzato tutti esprimendo il
desiderio di diventare bianca (chiedo venia,
avevo sei anni e papà non era stato altro che
una comparsa nella mia vita).
Tenerezza perchè papà allora era un ragazzino,
anche lui senza mamma e papà, cresciuto dalle
nonne e dalle zie che si è trovato a frequentare
ingenieria a Ferrara ma l'Italia a volte ha le
fattezze ed i colori del paese dei balocchi e...
suvvia non fatemi raccontare, avete già compreso
tutto.
Mamma, bella, ingenua, vent'anni, non so se sia
stato il thé con il cardamomo ed i fiori di
garofano o il profumo dell'unsi ma allora erano
gli anni '70 e si credeva che tutto era
possibile... pace, amore, giustizia.
Una favola pulita e profumata, sporcata dalla
realtà ma che da cui sono nata io.
Io, che il desiderio infantile di diventare
bianca si è tramutato in adolescenza in rifiuto
della parte italiana (si chiama controdipendenza?),
delle prevaricazioni occidentali, di tutti gli
artifici di cui ci serviamo per compiere una
vita, una vita che in Somalia scorre con un
ritmo antico, ancestrale, interiore.
Che fatica arrivare a vent'anni e sorridere
orgogliosa della mia pelle ambrata, perdonare
mio padre, mia madre, il mondo, e aver voglia di
ricominciare, imparare una lingua ostica,
ricordarmi tutti gli antenati da darod a issa
mahamud (pace di mio padre, me li ricorderò mai
tutti?)
E aver voglia di raccogliere la sfida che
sig.ra e sig. mamma e papà hanno accantonato,
volere dare la possibilità a papà di ritornare e
allo stesso tempo proteggerlo a spada tratta dai
balocchi, e sentirsi vicina ai miei fratelli
paterni che pure hanno perso la mamma….
Voglia di appartenenza, di imparare a fare i
sambusa, di conoscere mia cugina in America
perché ha la mia età e molte cose ci uniscono,
di indossare il direh …
Essere italo-somali vuol dire molte cose…
E.S.
amplia il tema: L'essere figli d'italiani e di
somali in tempi passati voleva dire accusare i
patemi di due razze con due culture e caratteri
differenti, nel senso che uno era l'italiano
fascista (irruente, scaltro, soggiogatore),
l'altra la somala assoggettata ( semplice,
ingenua, illetterata, imperita).
I sentimenti, i pensieri, i punti di vista degli
italo-somali sono legati a quelle complicazioni
che ci furono inculcate sin dalla più tenera
infanzia tutto ciò collegato ad una sequela di
circostanze, fatti ed avvenimenti.
Da un lato suore, preti e genitori paterni ci
hanno indottrinato, ammaestrandoci, ad esaltare
ed elevare la razza bianca; dall'altra
c'insegnavano a disprezzare e disistimare quella
nera (lingua natia compresa), noi italo-somali
(sicuramente perché ingenui) non abbiamo fatto
niente per reagire a queste ostilità nei
confronti dei somali e la conseguenza è stata la
coniazione del nomignolo di "waceel o cyaal
misiyooni" (leggasi in somalo) in parole povere
"bastardo" e quando venimmo in Italia, il
rifiuto degli italiani di considerarci uno di
loro ci ha irritato e deluso, causando a molti
di noi delle crisi d'identità.
Personalmente e categoricamente mi rifiuto di
condannare la società somala per la sua cultura
o perché patronimica, e tanto meno biasimo le
nostre madri di averci mandato in collegio, per
loro tale istituzione era una condizione di
lusso, un "College" con tutti i comfort e,
secondo il loro punto di vista, noi in quel
luogo potevamo ottenere tre pasti quotidiani,
un'istruzione assicurata, vestiti decenti e
oltretutto piccoli privilegi quotidiani tipo il
fare la doccia senza dover attingere l'acqua
dall'asciun, anche se poverine ignoravano il
modo in cui eravamo trattati.
La colpa non può nascere per la cultura di una
società, l'errore proviene da chi ha voluto
stravolgere questa società.
Il terzo mondo ha subito il colonialismo di
molti paesi europei, le donne sono state le
prime vittime nel mirino di quegli uomini e i
figli ovviamente sono le conseguenze di tali
soprusi. Solo in Somalia, Libia ed Eritrea, la
legge italiana fascista non voleva che ci
mischiassimo alla popolazione indigena ma non ci
considerava neanche degli italiani, facendo modo
e maniera di isolarci marchiandoci con la nomea
di razza apolide, cosa che non è successa dalle
altre parti.
"Gli altri", cioè i franco-camerunensi, gli
anglo-kenyoti ecc.ecc. non negano la lingua
materna, non disprezzano il luogo natio e sono
fieri di appartenere all'Africa.
Molti di noi non parlano il somalo ciononostante
siano nati e cresciuti in Somalia, questo perché
disprezzavano lingua e razza, quando in realtà
l'essere somalo fa parte del nostro DNA e a
posteriori o a priori non si può certo rifiutare
quello che si è fondamentalmente.
Tuttavia, sarebbe molto interessante scrivere un
libro e con la raccolta delle nostre singole
esperienze e testimonianze: di come siamo
cresciuti, come siamo stati trattati da suore e
preti ecc. sono certa, uscirà un best seller.
Non va intitolato "bianco o nero", ci sono molti
titoli interessanti da adottare, suggerisco
semmai "Figli di progenie dissonanti" suona
meglio e attira curiosità oppure chiedete in
giro quale miglior titolo affibbiare.
A margine voglio rispondere anche a quanto
scritto riguardo quei ragazzi che si sono dati
all'alcool o che si sono suicidati, beh! a parte
il carattere debole, la colpa non è tanto il
rifiuto delle società di origine ma il ripudio
di un suo simile, mi spiego meglio, chi fu
riconosciuto come legittimo dal proprio padre
adottava sdegnoso un comportamento snob nei
confronti di un suo simile non riconosciuto,
facendogli pesare e notare questa differenza.
Dei nostri, quelli che hanno avuto possibilità
di una istruzione migliore, sdegnava in modo
eccessivo quello che non potevano avere o fare
altrettanto. Non esiste peggior cosa di ricevere
rifiuti, o peggio ancora l'indifferenza o il
disprezzo da parte di un tuo simile. Per cui
molti dei nostri dovrebbero farsi un mea culpa.
Aiutarsi a vicenda, volersi bene è la miglior
panacea per un'unione dello stesso ceppo, tante
guerre sono state vinte per l'aggregamento di
popoli che si amavano, aiutare non vuol dire
necessariamente la parte economica, esiste
l'aiuto morale e psichico, aiutate vostro
fratello a rialzarsi incoraggiare a farsi forza,
dedicate più tempo a chi è più sfortunato, fate
a turno se necessario, non perdete tempo con
stupidi pregiudizi, non state a chiedervi chi
può assomigliare ad un mulatto e chi non, perché
ricordatevi che agli occhi degli altri, noi
siamo simili.
~~~~~~~~~~~~~~~
Vi vorrei raccontare un episodio che mi ha
cambiato la vita.
Un giorno passeggiando per piazza di Spagna
entrai in un negozio che oltre a spacciare un
misto di prodotti culinari vendeva anche libri
stranieri, il mio sguardo si posò su uno di
questi che aveva la scritta in inglese ed era
intitolato "STRIVE FOR A BETTER LIFE", colpita
da tale titolo mi precipitai ad acquistarlo. Non
vedevo l'ora di sfogliarlo ma aspettai di
arrivare a casa, una volta giunta mi misi a
sfogliare leggendo pagina dopo pagina con un po'
di difficoltà (all'epoca non avevo una
conoscenza fluente dell'inglese - com'è
attualmente - ma me la cavavo abbastanza bene),
il libro non era altro che un manuale che dava
un sacco di consigli su svariati settori, ma ci
fu un paragrafo che mi colpì molto perciò mi
armai di dizionario carta e penna e iniziai a
tradurre il testo dall'inglese all'italiano, voi
non avete idea di quanto furono d'aiuto quelle
parole. Ve le ripropongo, chissà potreste farne
un manifesto utile ad aiutare un nostro
fratello, però lo dovrete tradurre da voi, nel
paragrafo "a" la frase è un cliché ve la voglio
sottolineare e se non la capite fatemela sapere,
okay?
~~~~~~~~~~~~~~
a) Recollect from your childhood which
humiliated you, and then 'laugh them out of
court'. Why should you allow something which
happened in infancy to continue to affect your
adult life?
b) Accept yourself as a person of worth. Esteem
yourself, value yourself. Rejoice in your own
uniqueness, and because you are unique, remember
that you can make a contribution to life which
no one else can make.
c) Constantly remind yourself that you have a
great untapped potential of ability.
d) Fill up any gaps in your general education.
e) Improve the quality of your voice and speech.
Good speech enhances personality.
Finally you will be surprised, and your friends
will be surprised as they see the new hidden YOU
emerging.
But it was only what was to be expected!!!
Ora vivo a Londra e faccio l'interprete di
professione, indovinate per chi? Per le due
etnie che mi hanno messo al mondo vale a dire
traduco per italiani e somali. Ovviamente sono
compiaciuta e soddisfatta di conoscere ambedue
le lingue, lodo me stessa di averne appreso una
terza.
Morale della favola? Non tutto il male viene per
nuocere, mi sento appagata essendomi presa una
rivincita personale, negli occhi di un somalo
leggo orgoglio e stima per me invece negli occhi
dell'altro l'italiano leggo stupore e invidia.
Quando mi chiedono di dove sono, dico
semplicemente che sono un italo-somala, quindi
ben venga la corsia centrale e, se gli altri
suonano dietro, li lascio fare, prima o poi la
"batteria" si scaricherà.
Il dibattito è aperto, aspetto il vostro
contributo, elaboriamo l'argomento in maniera
approfondita, esauriente, analitica e anche
personale se necessario. Farà parte di un libro
che abbiamo intenzione di scrivere.
GM |