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Italia denunciata
Intervista al Presidente

ITALIA - ANCIS

E' iniziato il decimo anno della nascita della nostra Associazione (05.07.1996), alla scadenza di esso, vogliamo arrivare con l'obiettivo di aver raggiunto validi risultati per la nostra Comunità. Ufficialmente, iniziamo questo percorso inviando formale richiesta  d'apertura di indagini alle Nazione Unite  (scaricabile) (versione inglese del documento). Nel medesimo momento è stata inoltrata una petizione dell'argomento in oggetto presso il Parlamento Europeo e verrà avviata anche al Tribunale dei Diritti Umani Europeo, a cui l'Italia aderisce fin dal 1955.

La nostra associazione, con grande rammarico e rendendosi conto della gravità dei fatti esposti, intraprende un passo che speriamo ci porti verso la verità sugli anni dell'amministrazione italiana dell'Afis. Ricordiamo che l'amministrazione fiduciaria era sotto preciso mandato delle Nazioni Unite. Le nefandezze denunciate sono legate a quel preciso mandato ma, aveva profonde radici nel precedente periodo storico fascista.

La comunità degli italosomali ha patito nel corso della sua esistenza (prima e dopo) gravi atti di razzismo, discriminazioni, separazioni affettive, mancanza dei genitori e altro.

Per intendersi, basta pensare che le famigerate leggi razziali in realtà avevano il dichiarato intento di fermare il meticciato poi vennero usate anche diversamente contro gli ebraici. La vergogna dell'apartheid era presente fin negli albori del colonialismo ed ha raggiunto il suo apice durante il fascismo, è arrivato al suo declino con l'AFIS (per fortuna). Per avere una pallida idea di cosa parliamo basta leggere la lettera denuncia pubblicata in basso.

Al pari della diaspora ebraica e, delle conseguenze subite dal popolo ebraico durante il fascismo, la nostra storia ha avuto tante altre nefaste conseguenze destinate a finire con noi, inevitabilmente, per una questione di età biologica e in quanto riguardanti una specifica categoria di persone.

Ovviamente, sarà nostra cura mettervi al corrente delle novità che ci saranno su questa grave denuncia. E' l'inizio di un percorso duro, accidentato, aspro e  sicuramente troveremmo nel nostro cammino moltissimi ostacoli ma, non desistiamo. Contiamo e speriamo di avere l'appoggio di tutti i nostri lettori e visitatori del nostro sito.

Gianni Mari                                                              


Roma 01.02.2005. Con l'invio di questa lettera (clicca per visualizzare)alle massime autorità del nostro paese, l'ANCIS ha aperto ufficialmente la sua battaglia politica per vedere riconosciute le nostre legittime istanze di cittadini italiani.

Con l'istanza presentata in maniera ufficiale intendiamo percorrere tutte le strade legali consentite, visto che, abbiamo voluto cercare a priori un intesa politica piuttosto che uno scontro legale. E' inutile negare, quello che leggiamo - e che come gruppo dirigente dell'ANCIS condividiamo in pieno - dei molti italiani che scrivono ai giornali (Corriere della sera del 02.02.05, Crimini di guerra: quando è opportuno dimenticare oppure del giornale gratuito Metro del 28.01.2005) sono scritti e parole dignitose, sono atti sinceri, opinioni non faziose di gente comune. Purtroppo, tutto ciò si scontra con la sorda controparte politica che non vuole prendere atto dei propri errori nei confronti di intere generazioni di persone che hanno subito nella propria pelle ferite psicologiche, identità violate, soprusi, negazioni, razzismo, leggi razziali e quanto di impossibile immaginabile.

C'è un revisionismo al limite della decenza; c'è un strisciante finto perbenismo nauseante; c'è falsità; c'è stato un colonialismo aberrante e disumano. Assistiamo a verità manipolate; libri di storia accomodanti; vittimismo imperante; vittime che soffrono della sindrome di Stoccolma.

Sono stati riconosciuti ampiamente, le infamie del recente passato verso il popolo ebraico

Per asserire quanto scriviamo al governo, è evidente che abbiamo non solo validi motivi ma più che validi motivi. Siamo stanchi di essere trattati con sufficienza e paterna accondiscenza, con noncuranza e sbadata comprensione.

No, basta. Siamo sufficientemente saturi di avere una classe politica che si comporta da struzzo ficcando la testa nella sabbia. La nostra storia è legata a queste violazioni, palesi violazioni dei diritti e di conseguenza palese condanna chiediamo. Ci rendiamo conto di non avere i numeri ne la consistenza del popolo ebraico e della comunità ebraica, ma questo non vuol dire che sia possibile continuare nella farsa della negazione. C'è una responsabilità italiana e che questa responsabilità sia: politica, etica, morale, umana o che altro non ha alcuna importanza va semplicemente appurata e risolta.

Il messaggio è chiaro: VOGLIAMO GIUSTIZIA. Dunque, come su esposto, è da considerare ufficialmente aperta la contesa con il Governo Italiano, qualunque siano i mezzi da usare per ottenere il nostro legittimo diritto.

Gianni Mari

Presidente ANCIS


To:

Mr. Kofi A. Annan
General Secretary
of United Nations
and to Mr.
Hans Corell
Under Secretary for Legal Affairs, The Legal Consel
UN Headquarters
25 East 39th Street, New York, NY 10016-0903

To: Permanent Representative of Italy to the United Nations
Amb.
Marcello Spatafora
Two United Nations Plaza, 24th Floor, New York, NY 10017

Oggetto:Italo somali dell’Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia (1950 - 1960).

 

Siamo cittadini italiani di origine somala, circa 550 persone, la nostra storia è legata alla presenza degli italiani in Somalia nel periodo dell’Amministrazione Fiduciaria iniziata nel gennaio 1950 e terminata il 1 luglio 1960.

Da circa 40 anni risiediamo in Italia in condizioni di emarginazione sociale e povertà dovute a cause quali:

a)      la mancanza di una legislazione di tutela;

b)      la competizione per risorse basilari quali casa e lavoro, in condizioni di sostanziale svantaggio, con gruppi della società italiana economicamente e politicamente più forti;

c)      le differenze culturali che fanno dell’Italia un Paese incompatibile sotto molti aspetti con il nostro Paese di origine, la Somalia.

 All'origine di tale situazione ci sono alcuni eventi storici riconducibili:

 A.     direttamente alle lacune del Trattato che pose fine all’Amministrazione Fiduciaria Italiana sulla Somalia;

B.      indirettamente al permanere in Somalia, anche nel periodo del Mandato Fiduciario dell’ONU, dell'impianto giuridico-amministrativo di matrice fascista del precedente governo coloniale.

E' in particolare la seconda ragione a rendere le autorità italiane del governo locale, inadeguate a gestire le conseguenze di fatti gravissimi che si verificarono ai danni della popolazione somala violata e discriminata con le leggi razziali, in aperto contrasto con il Mandato affidato dall’ONU nel 1950 all'Italia e le disposizioni dello Statuto dei Territori in Amministrazione Fiduciaria che assegnavano all’Italia diversi compiti, tra i quali  la tutela della cultura locale e la protezione della popolazione contro gli abusi; a tale proposito ci riferiamo alla violazione dell'art. 73, comma A ed E, e art. 76 comma B, C, D.

Nei primi anni ‘60 in seguito all’indipendenza della Somalia, si creò un clima ostile agli italiani ed in particolare verso i loro figli, frutto di violenze sulle adolescenti somale che vennero frettolosamente e impunemente abbandonate al termine dell’Amministrazione Fiduciaria; ciò pose alle autorità consolari italiane rimaste in Somalia il problema dei meticci italo somali abbandonati.

Con l'ausilio del Vicariato Cattolico di Mogadiscio il problema fu risolto attraverso l’esodo dei minori in Italia.

L’operazione si svolse tra il 1961 ed il 1965 e fu condotta nella totale mancanza di tutela dei diritti dei minori stessi, circa 350, molti dei quali si trovarono, in stato di apolidia e senza la tutela della patria potestà, inviati in Italia ed affidati in condizioni simili alla schiavitù a strutture di accoglienza assolutamente inadeguate all’educazione e allo sviluppo di questi giovani; alcune di queste strutture erano dei carceri minorili inadatte ad ospitare dei bambini.

Da tali situazioni alcuni sventurati ne uscirono dopo molti anni e rimasero segnati per la vita; molti di loro hanno problemi di disagio mentale, ci sono casi di alcolismo e di suicidio.

Nei primi anni '90 i problemi della comunità italo somala si sono ulteriormente aggravati per diverse ragioni: lo scoppio della guerra civile in Somalia e in particolare i lutti familiari e i danni patrimoniali subiti durante gli anni della guerra; unitamente ai nuovi problemi di integrazione nella società italiana, l'Italia in questi ultimi anni è divenuto Paese di immigrazione di massa.

Nel 1994 abbiamo iniziato ad intrattenere rapporti con il X° Ufficio degli Affari Politici del Ministero degli Esteri e con gli Incaricati Speciali per la Somalia, purtroppo con  esiti modestissimi sotto il profilo istituzionale.

Tra le nostre iniziative volte ad ottenere dalle Istituzioni Italiane tutela, anche due interrogazioni parlamentari al Ministro degli Esteri, rispettivamente nel nov_2001 (n. 5-00415) e nel feb_2002 (n. 5-00675), dall'esito si evinceva l’assoluta mancanza dell’Istituzione di strumenti legislativi per trattare i problemi della nostra comunità IN QUANTO TALE, ovvero inquadrata nella dimensione storica e sociale del meticciato italo somalo dell’AFIS, i cui problemi sono direttamente riconducibili (e lo ripetiamo) alle lacune del Trattato che pose fine all’Amministrazione Fiduciaria Italiana sulla Somalia.

Nonostante un decennio di istanze rivolte alle Istituzioni Italiane ed al Governo Italiano, ad oggi nessun provvedimento è stato adottato per tutelarci e nessuna indagine del problema è stata mai effettuata; pertanto

CHIEDIAMO 

che il Trusteeship Council, organo già competente per i Territori in Amministrazione Fiduciaria, svolga una indagine conoscitiva sulle ricadute dell’Amministrazione Fiduciaria Italiana sulla Somalia, sugli italo somali nati in quel periodo, poiché come si evince dall’esposizione di questa lettera, emergono gravissime lacune sull’applicazione dello Statuto dei Territori Occupati da parte dell’Italia, nazione amministratrice e gravissimi conseguenze ai danni nostri e delle nostre famiglie di origine, e l’attuale stato di deriva sociale della nostra comunità.

Restiamo a disposizione per documenti, informazioni, incontri e proposte e cogliamo l’occasione di essere convocati in merito.

Distinti saluti.

Gruppo Dirigente Ancis:

Presidente                    Gianni Mari                     

Vice Presidente             Giorgio Gigli                          

Resp. Politico                 Dott.ssa Lucia Fancetti


 Crimini di guerra: quando è opportuno dimenticare
La fiction «Il cuore nel pozzo», prodotta dalla Rai sulla sorte degli italiani in Istria, ha fatto il miracolo di unire sloveni, croati, serbi e montenegrini, tutti egualmente critici della sua partigianeria. Ovviamente non ho visto la produzione ma credo che di vergognoso, oltre alle foibe, ci siano anche altri aspetti: la rimozione totale dei crimini commessi dall'esercito italiano occupante agli ordini del generale Roatta e l'istituzione del campo di concentramento sull'isola di Rab (Arbe). Anche su di essi non è calata una pesantissima rimozione storica? Se non sbaglio il giorno della memoria era stato istituito per ricordare anche questi tristi fatti. Ma, come nei casi dell'occupazione libica o della strage di Addis Abeba dopo l'attentato a Graziani, era normale attendersi la consueta rimozione auto assolutoria di cui noi italiani siamo maestri. E' mai possibile che in questo Paese si debba ricordare solo quanto abbiamo sofferto per mano di nazisti come Priebke o di comunisti come Tito e mai ricordare le sofferenze che abbiamo inferto?

Matteo Cherubini, travarica@virgilio.it
Corriere della Sera 02.02.2005

Germania e sue colpe

Il leader tedesco ammette le colpe del suo popolo di fronte al mondo. La chiesa ha ammesso le colpe dell'inquisizione. Nella Giornata della Memoria anche noi italiani dovremmo dedicare un pensiero ai misfatti della nostra storia coloniale. Ricordare quello che è avvenuto in Libia, poi in Etiopia, Eritrea, Somalia, la nostra grande macchia di un colonialismo "non" dal volto umano, come si vuol far credere e di cui non c'è traccia nei testi scolastici. Rimuovere il divieto di parlarne e di proiettare film come il "Il leone del deserto", sui crimini commessi in Libia. Sarebbe un segno di civiltà accettare ed elaborare anche queste ombre della nostra storia.
Francesco Mantero

lettere a Metro venerdì 28 gennaio 2005

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