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"Noi figli di coppie miste ora
chiediamo giustizia". Intervista a Giorgio Gigli, Vice dell'associazione che
unisce gli italo-somali.
Roma 27.09.2006
Che cosa ha significato il colonialismo per la gente d'Africa e
quali siano i suoi lasciti lo sanno bene perché per tutta la vita ne
hanno portato addosso i segni. I figli di uomini italiani e di donne
somale venuti alla luce durante gli anni della colonizzazione e in
quelli successivi di Amministrazione Fiduciaria da parte dell'Italia
della Somalia sono migliaia: quelli di loro oggi residenti in Italia si
sono riuniti in un'associazione - ANCIS - che denuncia gli abusi di cui
quei bambini, figli di unioni non ufficiali e guardate come "diverse",
subirono negli anni.
Da dieci anni l'Ancis si batte perchè quelli abusi siano riconosciuti e
lo Stato italiano si assuma la responsabilità delle mancanze di allora:
per gli ex-bambini italo-somali, oggi adulti, le parole di FINI hanno
riaperto una ferita. Il Vice-presidente dell'associazione Giorgio Gigli,
spiega perché.
Gigli, come ha reagito alle parole di Fini?
"Una persona che parla così mi pare non conosca la storia: la
colonizzazione è stata dura, violenta, e ha fatto molti morti. Certo, si
può dire che abbia portato anche qualche progresso e che all'inizio
alcuni strati sociali l'abbiano appoggiata, ma è stata solo una
fiammata, durata fino a quando non è stato chiaro che colonizzazione
significava perdere la libertà di pensare, di agire, di seguire le
proprie tradizioni. La civilizzazione è un'altra cosa".
Della colonizzazione, e del periodo successivo di amministrazione
italiana della Somalia. lei e i membri della sua associazione siete
figli. Che ha significato questo per voi?
"Ha significato partire svantaggiati in tutto nella vita. Non avere una
famiglia intera, subire violenza sin da piccole per le bambine e essere
costretti a lavorare per i bambini: le regole del clan che vigevano in
Somalia per noi non valevano, nessuno ci proteggeva a parte le nostre
madri. E per l'Italia a lungo non siamo esistiti: solo dopo l'allarme
dei missionari che erano in Somalia i più fortunati di noi sono stati
messi in collegi, fatti studiare e poi mandati in Italia, un paese di
cui oggi siamo cittadini ma che non riconosce i torti che abbiamo
subito, il male che abbiamo sofferto".
Che significa oggi tornare a parlare di colonialismo?
"Non è un bene: viviamo in un momento di grandi difficoltà di
comprensione fra i popoli. Dovremmo aver capito che non serve la forza
per imporre una civilizzazione e che è di cattivo gusto tornare a
parlare di queste cose. E' vero che l'Africa non sta passando un buon
momento, ma dovremmo pensare a sostenerla, non a dire queste cose.
Sbaglia Fini a fare questi discorsi: è è vero forse che alcune cose
quando c'erano gli europei funzionavano meglio, ma imporre una lingua o
una cultura non è mai una cosa buona. Se si vogliono aiutare quei paesi
si può fare qualcosa contro l'integralismo che dilaga in posti come la
Somalia, dove i bambini oggi vedono sfumare la possibilità di una vita
migliore, come è successo a molti di noi. Tirare fuori il passato così
non serve".
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